Carcere e lavoro dignitoso

Quando abbiamo avviato la nostra attività produttiva in agricoltura, avevamo l’obiettivo di avvicinare e formare al lavoro i neomaggiorenni stranieri che Nazareth accoglie già dalla minore età: mai avremmo immaginato di incrociare il nostro percorso con la realtà del carcere. È successo nel 2015, quando la direttrice della Casa Circondariale di Cremona iniziò un confronto con le realtà di Terzo Settore cremonesi per capire come dar vita ad attività di lavoro intramurario: scoprimmo una cucina inutilizzata e lì si aprì un capitolo che non pensavamo di scrivere.

Dall’inaugurazione del laboratorio dei Buoni di Ca’ del Ferro ad oggi abbiamo sviluppato collaborazioni sia per l’impiego di detenuti all’interno del carcere (lavoro intramurario), sia in esterno (lavoro extramurario) per detenuti affidati a misure alternative. L’esperienza, non sempre facile e soprattutto molto impegnativa per le strette regole che è necessario osservare, ci ha aiutato a scoprire un mondo in cui giacciono in stand by molti talenti che, se adeguatamente valorizzati, possono produrre qualità.

In Italia sono molte le organizzazioni di Terzo Settore che hanno implementato in carcere un’attività produttiva e che danno lavoro al 34% dei detenuti: il dato sorprendente è che solo il 2% delle persone che hanno scontato la pena lavorando torna a delinquere. Mentre, per chi non segue percorsi trattamentali individualizzati ed efficaci, il rischio di commettere nuovamente reato sale al 70%, con costi per lo Stato e la società molto alti.

Nella nostra piccola storia di collaborazione con la Casa Circondariale di Cremona, sono diverse le storie di “successo”: 4 colleghi hanno ottenuto affidamenti all’esterno, grazie al buon comportamento e all’impegno all’interno del laboratorio di trasformazione, anticipando la scarcerazione di qualche mese; 2 colleghi sono riusciti ad arrivare alla fine della pena con un contratto a tempo indeterminato e uno di questi ha deciso di rimanere a lavorare stabilmente a Rigenera; 2 colleghi si preparano a passare dal lavoro intramurario nel laboratorio al lavoro extramurario in azienda agricola.

Piccoli numeri, ma in linea con i dati nazionali, a cui aggiungiamo altri piccoli, ma significativi dati: chi lavora (e quindi anche i detenuti) produce ricchezza, occupa bene il tempo, contribuisce concretamente al bene della comunità pagando le tasse; la stessa cooperativa paga le imposte dovute, versa l’IVA sui prodotti venduti, ha fornitori da cui acquista materie prime, ingredienti, attrezzature. Non importa il gettito, importa che il meccanismo stia generando benessere: per chi lavora, per i consumatori, per la comunità, per le stesse famiglie dei detenuti a cui spesso vanno gli stipendi, perché – non dimentichiamolo mai – in nostri colleghi “ristretti” sono mariti, padri di famiglia, figli con genitori anziani.

Dignità, formazione e valorizzazione dei talenti, lavoro vero, qualità delle produzioni, benessere e poi storie: di rinascita, di amicizia, di fiducia. Ci basta per andare avanti e continuare a scommettere!

 


Lavorare fa bene al corpo ed alla mente

Su un campione di 300 detenuti lavoratori intervistati nelle carceri di Torino, Padova e Catania, si è riscontrato che il peso medio è attorno agli 80 kg. Il rischio di obesità per persone che non lavorano è del 14,5%, mentre per chi lavora in cooperativa scende al 7,8%.

Il dato sulla sofferenza psichica e scoraggiamento circa il futuro denota il 20% di chi lavora in cooperativa e il 55% di chi non lavora.

 


Lavoro, valore economico ed impiego

1 Milione di euro è il fatturato delle cooperative che lavorano nei tre istituti penitenziari oggetto della ricerca;

100.000 euro è l’entità della contribuzione fiscale a beneficio delle finanze pubbliche;

1 ex detenuto ogni 2 detenuti viene stabilizzato in ogni cooperativa coinvolta;

100 clienti/fornitori sono l’indotto per ciascuna.

 


Formazione professionalizzante

Dal 2016 a Cremona, grazie all’avvio dell’attività produttiva dei Buoni di Ca’ del Ferro, sono stati formati 50 detenuti, di cui più della metà hanno trovato impiego nella Cooperativa Nazareth e nelle attività lavorative proposte dall’Amministrazione Penitenziaria (soprattutto nelle due cucine e nelle attività di manutenzione).

I percorsi formativi comprendono una prima parte sulla formazione obbligatoria (sicurezza, HACCP, primo soccorso, antincendio) e una seconda parte sulla manipolazione degli alimenti e le tecnologie alimentari.

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