Il caporalato non è solo agricoltura…

Abbiamo deciso di proporvi approfondimenti periodici sul tema del caporalato: tema che ci sta a cuore sia perché ci occupiamo di inserimento lavorativo – e quindi il tema del buon lavoro è centrale – sia perché la cooperativa Nazareth, all’interno della quale l’esperienza di Rigenera è nata e cresciuta, sta portando avanti un progetto del FAMI di contrasto al caporalato, soprattutto in ambito agricolo. (Leggi l’articolo “Un’economia solidale per combattere il caporalato…anche a Cremona”)

In questo periodo dell’anno, in cui il freddo è abbondante, le ore di lavoro in campo si spostano nelle ore centrali della giornata e la raccolta si fa sempre più scarna, abbiamo più tempo da dedicare per informarci ed informare, per leggere articoli e per condividerli. E anche in fatto di caporalato è il momento giusto per allontanarci per un attimo dalla sola agricoltura per abbracciare la questione da un punto di vista più ampio, per andare ad esplorare anche le sfumature – che solo sfumature non sono, ma ombre ben marcate – che vanno a toccare altri ambiti.

Vi lasciamo stralci di due articoli che abbiamo letto con grande interesse e preoccupazione, rendendoci conto ancora di più di quanto lavorare con e per il lavoro giusto sia di fondamentale importanza in questo periodo storico. E soprattutto, come singoli cittadini, chiedendoci: quanto costa una mia “semplice” scelta d’acquisto? Quanto vale esattamente un mio click quando acquisto online? Che tipo di lavoro c’è dietro alle mie abitudini?

 


 

Dai campi ai cantieri del Nord: il caporalato allarga i confini

di Marco Patucchi – 11 DICEMBRE 2021 

ROMA – Nel Milanese i “caporali” lavorano in doppiopetto e chiamano gli operai edili con whatsapp. Caporalato: “basta la parola”, parafrasando uno spot pubblicitario di altri tempi, e nell’immaginario degli italiani scattano i fotogrammi dei raccoglitori di pomodori sfruttati nel Sud come gli schiavi dei secoli passati. Così come lo stereotipo dei tentacoli delle mafie. Ma è solo una rappresentazione convenzionale, utile certo a denunciare il fenomeno, non sufficiente però a raccontare l’estensione e la complessità dell’emergenza. La banalizzazione del problema circoscrivendolo a realtà e mondi che non ci appartengono. Paralleli. Insomma, quasi un alibi. Invece sono lì, “naturalmente” nelle campagne che sfiorano le nostre vacanze, ma anche dietro ai cantieri edili delle nostre città, nei grandi centri della logistica che smistano la merce della nostra vita quotidiana, magari in sella ai ciclomotori dei rider.

«Lo sfruttamento dilaga in tutte le regioni, in ogni angolo del Paese, soprattutto nelle aree economiche ricche – spiega Bruno Giordano che è il capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro -. Altro che territori depressi! Cresce e si sviluppa dove c’è forte domanda di manodopera e sfrutta il bisogno, il disagio, l’assenza di tutele. Agricoltura, ovviamente, ma anche edilizia, logistica, servizi alla persona. Proprio i settori in forte ripresa per il post-Covid».

I dati aggiornati dell’emergenza caporalato, che Repubblica dà in esclusiva, sono il solito colpo alla coscienza civile di un Paese che continua a parlare di dignità del lavoro, di precariato, di diritti e tutele, ma poi non trasforma l’opinione in fatti concreti. Dal 2019 ad oggi le ispezioni effettuate sono aumentate del 400%, passando da 308 a 684 nel 2020 e a 1.455 di quest’anno. Una crescita esponenziale dell’attività di controllo al quale ha corrisposto però la conferma dei livelli insopportabili del caporalato e sfruttamento del lavoro: nel biennio 2020-2021, le aziende irregolari scoperte hanno superato quota 68% in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia (1.034 su 1.512); e il 78% (768 su 986) nelle altre regioni: Abruzzo, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria e Veneto. Tornando all’arco di tempo dell’ultimo triennio, gli ispettori del lavoro e i carabinieri dei Nuclei Tutela Lavoro hanno individuato 3.685 lavoratori irregolari e 6.594 vittime di sfruttamento; sospese dall’attività 228 aziende e deferite all’autorità giudiziaria 1.455 persone per il reato di sfruttamento del lavoro. […]

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L’esercito dei «senza ufficio»: il lavoro dalle piattaforme. «Servono diritti e tutele»

di Giulio Sensi – 23 gennaio 2022

La frontiera italiana del lavoro virtuale è sempre più affollata: sono 570.521 le persone che offrono la loro prestazione tramite piattaforme digitali. Per l’80% dei «platform workers» la quota di reddito ricevuta da questi virtuali datori è fondamentale per vivere; per la metà è l’occupazione principale. Due su tre svolgono attività localizzate nel territorio – come le consegne a domicilio – l’altro opera solo sul web. Una frontiera che a volte si trasforma in far west: solo uno su dieci è dipendente, il 30% di loro non ha un contratto scritto ed è soggetto al nuovo fenomeno del caporalato digitale.

«Questi ultimi – spiega il presidente dell’Inapp Sebastiano Fadda – non vengono certo raccolti all’alba sul ciglio della strada, ma in termini informatici si realizza ugualmente un modo di pescare, attraverso la rete, le persone disponibili e impegnarle in lavori che non hanno alcuna garanzia di stabilità e di rinnovo dell’impegno. Non esistono per loro vincoli, né normativi né contrattuali, che regolino la prestazione lavorativa».

I luoghi comuni

L’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche ha fotografato il fenomeno all’interno dell’indagine Plus (Participation, Labour, Unemployment, Survey), una rilevazione campionaria nazionale ricorrente sulla qualità dell’occupazione che intervista circa 45mila lavoratori. Il risultato è la ricerca più approfondita svolta fino ad oggi su tutti coloro che tramite le piattaforme consegnano prodotti o pacchi, portano pasti a domicilio (i riders), svolgono servizi online, prestano lavori domestici, accompagnano la gente con gli automezzi.

«Che smonta – commenta ancora Fadda – molti luoghi comuni su questo fenomeno: non è tutto sfruttamento, così come non è solo una forma per arrotondare tramite lavoretti. La pandemia lo ha accentuato in alcune sue forme, in particolare per le prestazioni legate alle consegne a domicilio. La tecnologia è neutra: ma può essere usata in senso positivo, se si associa a nuove opportunità e incremento del reddito, o negativo se porta mancanza di tutele e frammentazione. Sarebbe però paradossale far cessare i diritti quando la tecnologia consente di realizzare le produzioni con una migliore qualità del lavoro».

Nel suo studio l’Inapp parla di «una forma di lavoro fortemente controllata, svolta nei tempi e nei modi stabiliti dalla piattaforma, per molti unica scelta in assenza di alternative occupazionali, pagata spesso a cottimo e il cui guadagno risulta importante per chi lo esercita». Un lavoro povero, per pochi occasione di crescita di reddito, per molti l’ultima spiaggia per vivere. Sono soggetti a criteri di valutazione gestiti da algoritmi che definiscono i carichi. Ciò che valuta i compensi nel 60% dei casi è il numero di impegni o incarichi portati a termine e rilevante è anche il giudizio dei clienti.

Se si riceve una valutazione negativa, o se si ha una indisponibilità, il 40% delle volte si subisce un peggioramento del tipo di incarichi e l’affidamento di quelli meno redditizi. «Tutto questo conferma – aggiunge Fadda – presenza di caratteristiche del cottimo. Si tratta di una seconda scelta cui si ricorre quando non si riesce a trovare un lavoro stabile e tradizionale. Coinvolge una fascia di età prevalente fra i 30 e i 50 anni. Quello è il momento della vita in cui si creano gli assetti familiari, ci si stabilizza, si fanno gli investimenti sulla casa. Il 45% di loro appartiene alla categoria “coppia con figli”. Pensare di vivere sulla base di un reddito precario e senza prospettive di stabilità è preoccupante». […]

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