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SPRECO ALIMENTARE E FOOD POLICY

I giovani del Servizio Civile Universale condividono i loro approfondimenti: oggi è il turno di Sabino, che ha conseguito qualche mese fa a Milano una laurea magistrale in turismo, territorio e sviluppo locale e che ci propone un piccolo approfondimento sul tema dello spreco alimentare e delle food policy, tratto dalla sua tesi di laurea.

Iniziamo subito a dare una definizione.

Cosa sono le food policy?

Sono le politiche messe in atto dalle amministrazioni ed enti privati per migliorare e incentivare la cittadinanza a ridurre gli sprechi e rendere le città più sostenibili non solo dal punto di vista ambientale, ma anche culturale, alimentare, economico e sociale.  Tra gli elementi di rilevante importanza che spinge a promulgare queste politiche del cibo è quello dello spreco.

1,3 miliardi di tonnellate di cibo destinato al consumo umano non raggiungono mai le tavole, per un valore economico pari a circa 1.000 miliardi di dollari/anno”  è il dato più allarmante e che ha valore citare. Sta aumentando notevolmente la quantità di cibo sprecato, non solo quello che non viene consumato sulle nostre tavole ma anche quello che nel processo di trasformazione diventa rifiuto piuttosto che risorsa per riutilizzo e risparmio di beni naturali. Questo è dovuto a stili di vita e abitudini delle società attuali dove molto facilmente a causa di scadenze, colori degli alimenti non standard ci spingono a gettare piuttosto che riutilizzare o impiegare in altra maniera. Infatti, tra gli esempi che ci piace menzionare vi sono quelli secondo cui i rifiuti diventano compost o elettricità da biogas.

Da un dato del 2011 scopriamo che in Italia nei punti vendita ortofrutticoli vengono gettati via 105.458 tonnellate di prodotti. Secondo l’osservatorio Waste Watcher un miglioramento vi è stato e infatti vi è più consapevolezza riguardo l’ambiente e i cibi che acquistano. Però la sensibilizzazione deve essere più capillare e raggiungere traguardi molto più alti, in questo le food policy si stanno impegnando a pensare alla sostenibilità ambientale e quindi al verde del nostro pianeta e redistribuire gratuitamente ciò che crediamo non più commestibile, di qui nasce l’esigenza della food policy e di un occhio di riguardo allo spreco; visto il divario che si è creato tra due fasce della popolazione mondiale è estremamente necessario non gettare altro cibo, risorsa fondamentale per chi non ha le risorse economiche per accedere a una alimentazione sana e di qualità.

L’idea dominante è che tradurre le eccedenze alimentari in cibo donato per le categorie più svantaggiate può essere un’importante leva sulla quale spingere per la creazione di forme di capitale sociale territoriale e per la costruzione di società locali. In altre parole, può essere un importante generatore per la maturazione di forme di fiducia, di relazioni sociali che siano anche place-based , ossia radicate nei territori e generate da questo radicamento” .

Questo pensiero riassume le volontà dei decisori pubblici e privati di pianificare delle iniziative per ridurre lo spreco, tra cui quella sensazione che si stesse perdendo quel capitale sociale territoriale e quell’idea di comunità che permetterebbe di tramandare, inoltre, tecniche di coltivazione e tipologie di alimenti che potrebbero anche consegnare alle generazioni successive le modalità per evitare gli scarti e reggere tutto sull’autoproduzione.

“A titolo di esempio, sono in eccedenza tutti i prodotti alimentari non raccolti, non venduti o non consumati? Oppure, all’interno di tale insieme, sono eccedenza solo i prodotti commestibili e sani? Oppure, è da considerarsi eccedenza ciò che, inizialmente non utilizzato, viene poi recuperato in qualche forma? Tale incertezza si riflette poi sui tentativi di definire un concetto correlato, lo spreco alimentare.”  È da qui che parte realmente il discorso, infatti non possiamo sovrapporre la quantità di prodotti finiti nei rifiuti e quelli che già in partenza non vengono raccolti , non trasformati e perciò mai consumati. Già se ci spostiamo verso altre teorie, la distinzione viene fatta fra food waste e food losses.

  • Waste’, quindi rifiuto, è il prodotto alimentare scartato durante la filiera sia commestibile che non commestibile;
  • Losses’ sono le perdite alimentari commestibili sempre all’interno della filiera. Seguendo la teoria del food losses presentata da Kantor nel 1997, lo scopo dell’agenda globale dovrebbe essere intervenire su questo genere di scarto per ridurre il numero di alimenti persi lungo lo stadio di lavorazione e per assicurare la sicurezza alimentare.

Tuttavia, i dati dimostrano in generale che i cittadini non sono ancora del tutto sensibili al tema; facciamo riferimento al fatto che una grande quantità di rifiuti e scarti avviene proprio durante l’ultima fase della piramide, cioè il consumo domestico e della ristorazione. Secondo dati recenti “circa il 26% degli italiani è sensibile all’ambiente, è preoccupato per la povertà, è moralmente disturbato dal cestinare cibo, ma è ancora incapace di controllare la data di scadenza sulle confezioni con ovvie conseguenze in termini di spreco alimentare”.

Manca cioè nella quotidianità degli italiani l’idea di pianificare al meglio gli acquisti senza farsi attrarre eccessivamente dalle offerte e a non abbondare con le quantità acquistate.

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